Angoscia.

Moltissimi bambini e adolescenti oggi provano angoscia.

E mi riferisco a bambini di intelligenza normale o superiore.

Bambini che sono incorsi in fallimenti scolastici a causa di incapacità legate all’apprendimento mai risolte dagli adulti.

Moltissimi bambini vivono la scuola ogni giorno, con un senso di inferiorità e di svalutazione che li logora dentro.

Quello che vediamo fuori è il loro essere distratti, disattenti, incapace di mantenere la concentrazione, arrabbiati, ribelli, irascibili, oppure tristi, pigri, chiusi.

Quello che c’è dentro è senso di inferiorità e svalutazione personale. Quindi bassa autostima.

Sono un coach di crescita personale, mi occupo di formazione per imparare a gestire le emozioni da più di 10 anni.

In questi anni, lavorando a stretto contatto con genitori e quindi con i bambini mi sono chiesta più volte: quel bambino ha delle difficoltà a causa della sua bassa autostima, oppure è la sua autostima debole la causa di difficoltà e insuccessi scolastici?

Come dire, è nato prima l’uovo o la gallina?

Ma in questo caso una risposta c’è: ce la danno le neuroscienze che studiano il cervello e i nostri comportamenti come mai nessuna scienza ha fatto prima. Nessun bambino nasce con l’autostima ben definita; è un’immagine interiore che si crea a partire dalla nascita grazie alle esperienze che facciamo, alle cose che ci vengono dette, a ciò che viviamo in termini emotivi, a ciò che facciamo, al nostro modo di interpretare il mondo. Quindi l’immagine interiore tanto importante per tutti noi, non è una cosa con la quale nasciamo, ma si forma e cresce con noi.

E dunque, chi e cosa la influenza?

Quando ho messo su la mia bellissima squadra per creare 11eLode, il primo doposcuola per l’autonomia allo studio e per l’allenamento delle abilità emotive e relazionali, l’ho fatto con questo unico grande obiettivo: aiutare i bambini a migliorare la loro autostima affinché fossero in grado di correggere i loro problemi e di ottenere nuovi successi scolastici e nelle relazioni con gli altri.

Io sono certa che il rendimento scolastico è direttamente proporzionale al benessere emotivo: più un bambino crede in se stesso, più è sereno, autonomo e fiducioso, più ottiene il massimo da questa scuola imperfetta.

Purtroppo le conseguenze disastrose di una bassa autostima, soprattutto il senso di inferiorità e il senso di impotenza, si prolungano nell’età adulta, non passano da soli.

Molti genitori mi dicono che i loro figli alle scuole medie è come se fossero “senza speranza”; non credono nel futuro, non credono nelle loro possibilità, non credono nella politica, non credono in nulla.

E io mi domando, forse perché nessuno li ha mai aiutati a credere?

Chi ha insegnato a questi ragazzi a credere in se stessi? Qualcuno gli ha insegnato a gestire le loro emozioni? Qualcuno li ha aiutati ad allenare la fiducia in se stessi?

Oppure, non solo nessuno lo ha mai fatto ma hanno sempre e solo vissuto in una realtà fatta di lamentele, problemi, disagi, incomprensioni, ansie, paure, preoccupazioni? E come può un ragazzo credere che il mondo sia bello se fino ad oggi ne ha avuto sempre un’immagine angosciante?

Credete stia esagerando? Affatto.

Conosco mamme che non fanno altro che lamentarsi dei propri figli, che non fanno altro che rimproverargli, punirli, pretendere sempre troppo da loro.

Per carità sono delle brave mamme, lo fanno per il bene dei figli, eppure ignorano, non si rendono conto che così facendo stanno distruggendo l’autostima dei loro figli.

Migliaia di bambini hanno una cattiva autostima.

E migliaia di bambini hanno difficoltà scolastiche, emotive e relazionali.

Alcuni compiono sforzi lodevoli per migliorare il loro rendimento scolastico.

Compiono sforzi enormi, ma non riuscendoci si sentono comunque svalorizzati e nello stesso tempo sentono di deludere la mamma, il papà, l’insegnante.

Questi bambini che svalutano il loro lavoro, che sminuiscono il loro valore, finiscono per sviluppare un senso di inferiorità che si porteranno avanti per tutta la vita.

E chi alimenta questa svalutazione?

Gli adulti, consapevolmente o inconsapevolmente sono i primi ad alimentare la svalutazione dei bambini.

Viviamo in un mondo in cui l’adulto è sempre pronto a giudicare il bambino lasciando capire al bambino che non è dotato, non è abbastanza o ha capacità limitate.

Nella nostra società il rendimento ed i risultati contano più di ogni altra cosa.

Conta l’efficacia e la capacità di rendimento.

Il bambino impara da subito che lo si giudica o buono o cattivo alunno in base al suo rendimento indipendentemente dall’energia e dal tempo che ha dedicato al suo lavoro. E arriva a giudicare il suo lavoro solo in base ai suoi risultati, ai suoi voti scolastici. Dice a se stesso “il mio rendimento scolastico e i miei voti sono ciò che valgo!”

Spesso il bambino tende a stimare il proprio valore nell’ambito scolastico secondo i criteri delle persone che ritiene importanti, per primi i suoi genitori.

Interiorizza le esigenze dei genitori e finisce per farle proprie. Così, un figlio diventa la fotocopia del genitore. Nulla di più sbagliato.

L’altro giorno ho osservato un’educatrice del mio centro 11eLode parlare con una mamma mentre prendeva suo figlio alla fine del pomeriggio passato da noi. L’educatrice le ha detto “non ha finito il compito ma si è impegnato tantissimo, è stato tanto concentrato ed era finalmente felici di riuscirci“; la madre con una faccia da funerale lo ha guardato e ha detto “ah” e sono andati via tristi, sconsolati, falliti.

Dunque riassumiamo: noi abbiamo lavorato un pomeriggio intero per motivare il bambino, tirare fuori i suoi potenziali, aumentare il suo desiderio di farcela, stimolarlo al miglioramento, un lavoro enorme fatto di comunicazione, sguardi, empatia, fiducia, complicità… E dopo aver ottenuto un successo enorme la mamma distrugge un lavoro durato ore solo perché il compito non è finito?!

Pensate all’angoscia che ha provato quel bambino dentro di sè. Pensate al livello di umiliazione, fallimento, dolore che ha provato dentro. Cosa sarebbe potuto accadere se la madre avesse detto : “maddai, grande! Sono fiera di te, sono orgogliosa del tuo lavoro, non importa se non hai finito i compiti, la prossima volta sono certa che farai meglio perché stai migliorando ogni giorno di più”.

Non aggiungo altro: tu, da mamma intelligente, sai cosa intendo.

Dobbiamo uscire dalla logiche del voto e della prestazione efficace a tutti i costi.

Dobbiamo valutare quanto tempo il bambino dedica a quel lavoro, quanta energia ci mette e quanta creatività usa.

Non importa se non riesce a finire: conta di più quanto si è impegnato, quanta passione ci ha messo, quanta energia ha consumato.

La motivazione, il valore di una persona, la sua fiducia personale, sono questo.

Noi insegniamo ai bambini questo.

Di andare oltre i voti, di guardare l’impegno, il lavoro, di osservarsi mentre fanno e di autocorreggersi per diventare bambini indipendenti e autonomi.

Sinceramente se non finiscono un compito non ce ne frega proprio nulla, ci interessa che quel bambino stia potenziando la sua autostima.

Con pazienza e fiducia, fra qualche tempo imparerà senza sforzo e con facilità riuscirà a finirlo quel compito e prenderà anche un ottimo voto, ne siamo certi.

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